Il vocabolario infinito di García Márquez

Come vi dicevo recentemente, sto leggendo, anzi, oggi ho proprio finito di leggere “Cien años de soledad“, di Gabriel García Márquez. Non è questo il luogo dove fare una recensione di un libro che ormai è diventato un’icona della letteratura latinoamericana ma devo dire che io, che non sono uno che ami in generale leggere romanzi, sono rimasto molto colpito. È una storia che inizieresti a rileggere subito, tanti sono gli spunti e tante le piccole bellezze che uno finisce con la sensazione di aver sicuramente tralasciato particolari che solo una seconda o una terza lettura potrebbe far riemergere. Ora capisco quell’insegnante di letteratura del liceo che ci disse che l’aveva letto nove volte.

Un vocabolario esuberante

Pensando in cosa potevo raccontare a voi di questo meraviglioso libro mi è venuto subito in mente l’immensa quantità di parole che io, madrelingua, non avevo mai sentito prima o che avevo trovato solo qualche volta a scuola. È ovvio che c’è una differenza importante fra lo spagnolo della Spagna e quello della Colombia ma spesso, semplicemente, mi sono trovato davanti a parole che  ignoravo perché non conoscevo nemmeno gli oggetti a cui facevano riferimento.

Per esempio, nel primo paragrafo del libro l’autore parla delle calamite giganti di Melquíades e dice:

… todo el mundo se espantó al ver que los calderos, las pailas, las tenazas y los anafes se caían de su sitio…“.

Questa è probabilmente la prima volta che trovavo queste due parole: “anafe“, una parola di origine araba che indica un tipo di fornetto e “paila“, che è un’evoluzione dal latino “patella“, la stessa parola da cui proviene “padella” (e “paella“).

Oppure:

Úrsula y los niños se partían el espinazo en la huerta cuidando el plátano y la malanga, la yuca y el ñame, la ahuyama y la berenjena“.

In grassetto ci sono tutte le parole che non avevo mai incontrato finora. Potrei consolarmi pensando che sono piante e tuberi che non ho mai visto ma penso anche che è solo colpa mia se non ho voluto mai approfondire la conoscenza delle piante e i frutti del Sudamerica. Ma la lista non finisce qui e non si riferisce solo al mondo vegetale: “retorta“, “atanor“, “oropimente“, “vitriolo“, “turpiales“… (Vi incoraggio ad andarle a cercare nel dizionario della RAE).

Alla fine le lingue sono cultura e servono anche a farci riflettere su perché ci sono dei campi semantici in cui il nostro vocabolario è limitato. A maggior ragione se parliamo della nostra madrelingua.

Una lezione di umiltà

Tutto questo per dirvi che per imparare bene una lingua, anche la propria, bisogna essere umili e non accontentarsi di dire “sì, più o meno ho capito“. Perché sono gli scrittori che da un lato fanno avanzare la lingua ma allo stesso tempo sono quelli che aiutano a conservare tante parole che cadono in disuso per i più svariati motivi. Morale: leggete, leggete tanto in qualsiasi lingua e tenete sempre i dizionari sotto mano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *