La Casa de Papel 1×03 – “Berlín”, lo psicopatico del gruppo

Eccoci a un altro post su “La Casa de Papel“, la serie tv spagnola del momento anche in Italia. Come immagino ormai saprete, a causa dell’imminente arrivo della seconda stagione ho deciso di selezionare alcuni dei migliori dialoghi della serie. Qua potete vedere i post dedicati alla prima e alla seconda puntata. Oggi il nostro personaggio è lo psicopatico “Berlín“, a capo dei sequestratori all’interno della Fábrica.

“Tengo un puñetero polígrafo aquí…”

BerlínEstamos encerrados y realmente no sabemos cuánto tiempo puede durar esto, pero mientras no me vuelen la cabeza yo voy a cuidar de ustedes. Mientras no intenten engañarme o comunicarse con el exterior todo irá bien. A partir de ahora nos organizaremos. Les vamos a asignar algunas tareas para que no se me depriman. [A un ragazzo]
¿Cómo te llamas?
Pablo: Pablo.
B: ¿Haces deporte?
P: Sí, soy capitán de atletismo del colegio.
B: Da un paso al frente, capitán.
B: [Ad Arturo, direttore della Fábrica] Hombre… Arturito. ¿Qué tal has dormido?
Arturo: Bien, bien…
B: ¿Bien? Dime, ¿se te da bien el bricolaje?
A: No, no señor, soy un auténtico desastre, de hecho cuando pincho una rueda la cambia mi mujer.
B: ¿Me estás diciendo que no tienes un taladro? Piensa bien lo que dices porque tengo un puñetero polígrafo aquí (si indica l’occhio).
A: Sí…
B: Segunda oportunidad. ¿Se te da bien el bricolaje?
B: Me puedo defender.
B: Da un paso al frente.”

Da notare all’inizio la parola “tarea“, una parola un po’ in disuso ma che si sente ancora. Può significare “mansione” o “lavoro”, anche per i “compiti” della scuola si può usare la parola “tarea”. Ovviamente un personaggio colto e istruito come “Berlín” la usa in parte per darsi un tono con gli ostaggi.

Guardate anche il modo in cui finisce quel paragrafo: “para que no se me depriman“. La frase sarebbe perfetta anche senza quel “me“, “para que no se depriman“. Quel modo di usare la forma pronominale del verbo serve a coinvolgere attivamente la persona che parla. In questo caso “Berlín” intende “non vorrei avere sulla coscienza la vostra depressione, non fatemi questo torto”. Quindi crea un’empatia con gli ostaggi, si rende partecipe delle loro sofferenze (da buon sequestratore).

Poi arriva il bellissimo e breve dialogo con Arturo, in cui gli domanda se se la cava “qué tal se te da...” con “el bricolaje“, che è un gallicismo per il “fai da te”. “Berlín” dice que ha un “polígrafo” nell’occhio. Un “polígrafo” non è altro che una “macchina della verità”, così chiamato perché in origine si basava sulla registrazione di diverse pulsazioni e pressioni della persona soggetta a studio. Se i valori oscillavano parecchio, era da pensare che la persona stesse mentendo.

 

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