Vicente Aleixandre: “El moribundo”

Oggi è #VenerdìPoesia, quindi continua il nostro viaggio nella poesia spagnola. Il protagonista di oggi è Vicente Aleixandre (Siviglia 1898 – Madrid 1984), che ottenne il premio Nobel di letteratura nel 1977. Aleixandre è considerato uno dei membri della “Generación del 27“, di cui abbiamo già parlato recentemente con un poema di Luis Cernuda.

Il poema di oggi, di cui su Twitter abbiamo visto solo la prima parte, si chiama “El moribundo” e appartiene a una delle opere dell’età matura di Aleixandre, “Nacimiento último” (1953). Vediamolo (traduzione in basso):

I

PALABRAS

Él decía palabras.
Quiero decir palabras, todavía palabras.
Esperanza. El Amor. La Tristeza. Los Ojos.
Y decía palabras,
mientras su mano ligeramente débil sobre el lienzo aún vivía.
Palabras que fueron alegres, que fueron tristes, que fueron soberanas.
Decía moviendo los labios, quería decir el signo aquel;
el olvidado, ese que saben decir mejor dos labios,
no, dos bocas que fundidas en soledad pronuncian.
Decía apenas un signo leve como un suspiro, decía un aliento,
una burbuja; decía un gemido y enmudecían los labios,
mientras las letras teñidas de un carmín en su boca
destellaban muy débiles, hasta que al fin cesaban.
Entonces alguien, no sé, alguien no humano,
alguien puso unos labios en los suyos.
Y alzó una boca donde solo quedó el calor prestado,
las letras tristes de un beso nunca dicho.

II

EL SILENCIO

Miró, miró por último y no quiso hablar.
Unas borrosas letras sobre sus labios aparecieron.
Amor. Sí, amé. He amado, Amé, amé mucho.
Alzó su mano débil, su mano sagaz, y un pájaro
voló súbito en la alcoba. Amé mucho, el aliento aún decía.
Por la ventana negra de la noche las luces daban su claridad
sobre una boca, que no bebía ya de un sentido agotado.
Abrió los ojos. Llevó su mano al pecho y dijo:
Oídme.
Nadie oyó nada. Una sonrisa oscura veladamente puso su
dulce máscara
sobre el rostro, borrándolo.
Un soplo sonó. Oídme. Todos, todos pusieron su delicado oído.
Oídme. Y se oyó puro, cristalino, el silencio.

 

Traduzione

IL MORIBONDO

I

PAROLE

Lui diceva parole.
Voglio dire parole, ancora parole.
Speranza. Amore. Tristezza. Gli Occhi.
E diceva parole,
mentre la sua mano leggermente debole sulla tela ancora viveva.
Parole che furono allegre, che furono tristi, che furono sovrane.
Diceva movendo le labbra, voleva dire quel segno;
quello dimenticato, quello che sanno dire meglio due labbra,
anzi, due bocche che fuse in solitudine pronunciano.
Diceva a malapena un segno lieve come un sospiro, diceva un respiro,
una bolla; diceva un gemito e ammutolivano le labbra,
mentre le lettere tinte di un rossetto nella sua bocca
scintillavano molto deboli, finché alla fine terminavano.
Allora qualcuno, non so, qualcuno non umano,
qualcuno mise le labbra sulle sue.
E alzò una bocca dove solo rimase il calore in prestito,
le lettere tristi di un bacio mai detto.

II

IL SILENZIO

Guardò. Guardò per ultimo e volle parlare.
Delle lettere sfuocate sulle sue labbra apparvero.
Amore. Sì, amai. Ho amato. Amai, amai molto.
Alzò la sua mano debole, la sua mano sagace, e un uccello
volò veloce nella stanza. Amai  molto, il respiro diceva ancora.
Dalla finestra nera della notte le luci davano il suo bagliore
su una bocca, che non beveva più da un senso esaurito.
Aprì gli occhi. Portò la sua mano sul petto e disse:
Sentite.
Nessuno sentì nulla. Un sorriso scuro velatamente mise la sua
dolce maschera
sul viso, cancellandolo.
Si sentì un soffio. Sentite. Tutti, tutti si misero delicatamente
all’ascolto.
Sentite. E si sentì puro, cristallino, il silenzio.

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